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giovedì 20 marzo 2014

La morte di Huber Matos

Gordiano Lupi. 


28 Febbraio 2014
  
Era un uomo speciale Huber Matos. In tutti sensi. Eravamo nel 1958, lui faceva il maestro di scuola e coltivava riso a Manzanillo, dalle parti della Sierra Maestra, Oriente cubano. Fu tra i primi oppositori al regime di Fulgencio Batista, si unì a Fidel e all'Esercito Ribelle, conquistò sul campo il grado di Comandante e contribuì al trionfo della Rivoluzione. Cadde presto in disgrazia, però, perché in disaccordo con la deriva comunista del processo rivoluzionario. Fu accusato nel 1959 di alto tradimento e dovette scontare 20 anni di reclusione in patria. Esiliato a Miami, fondò il movimento Cuba Indipendente e Democratica, per diffondere nel mondo la sua visione democratica e il tradimento degli ideali rivoluzionari. A Cuba oggi nessuno lo ricorderà, anche se pure lui ha contribuito alla causa ed è stato tra i coraggiosi che scacciarono Batista. Ha avuto il torto di non essere comunista, se così si può dire, ma ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco tutti i suoi dubbi, pagando con la galera le sue convinzioni democratiche.
Muore a 95 anni, per un attacco cardiaco, lucido e intelligente come sempre, a differenza del rivale Fidel che gli sopravvive come l'ombra di se stesso. Verrà sepolto in Costarica, secondo le sue volontà, in attesa che la sua terra sia libera e possa di nuovo accoglierlo. Il Costarica è un paese importante nel passato del Comandante, perché fu il suo rifugio dalle truppe di Batista che lo braccavano. Huber Matos, il mitico Comandante della Colonna 9 “Antonio Guiteras”, entrò all'Avana a fianco di Fidel e di Camilo Cienfuegos. Avevano posizioni democratiche molto simili, Huber e Camilo, il primo fu arrestato per tradimento, il secondo scomparve in un misterioso incidente aereo. Huber Matos è sempre stato convinto che Camilo venne ucciso, così come la sua detenzione fu una conseguenza della svolta autoritaria castrista. Riposa in Pace Comandante Huber. La storia ti assolverà

Cuba: Yoani fonda un periodico digitale



Yoani Sánchez è stata ospite la scorsa settimana di “Hay Festival”, a Cartagena in Colombia, ed è lì che ha annunciato: «Nel primo semestre del 2014 lancerò un nuovo progetto: un periodico digitale indipendente». In pratica, passerà da un progetto individuale come il blog a un progetto giornalistico collettivo, pensato «per accompagnare la società cubana nella transizione verso la democrazia». Un progetto benemerito, senza dubbio, persino coraggioso, sicuramente unico nel panorama insulare, visto che i giornali on line di argomento cubano sono tutti realizzati all'estero.
Non abbiamo ancora capito se questa scelta comporterà la chiusura di Generacion Y, il blog che ha dato fama mondiale a Yoani. «Non fonderò un giornale anticastrista, ma un media che racconti la realtà e dia spazio a tutte le opinioni», ha detto la blogger. Yoani ha aggiunto che teme repressioni e rappresaglie contro questa novità editoriale, ma che a suo parere - pur tra mille difficoltà - è giunto il momento di tentare. «Voglio piantare un seme di stampa libera e approfittare dei cambiamenti in atto a Cuba per renderli sempre più efficaci», ha concluso.

La pubblicazione crescerà nell'illegalità, perché a Cuba sono vietate riviste e periodici che non siano emanazione diretta dello Stato, sarà digitale per motivi pratici, vista l'impossibilità – anche economica – di stampare e distribuire un media cartaceo. Purtroppo, il fatto di essere digitale sarà anche il limite più evidente di un progetto, che sembra pensato soprattutto per i cubani che vivono all'estero. Cuba non è l'Europa. La popolazione residente ha un indice di connessione tra i più bassi del mondo e soltanto pochi privilegiati dispongono di Internet casalinga. Per avere un'idea di massima dobbiamo pensare all'Italia verso la fine degli anni Novanta del secolo scorso. Pure peggio, visti i limiti politici e i filtri ideologici imposti dal governo. Un periodico digitale rischia di non avere alcuna incidenza politico-culturale sullo sviluppo della società cubana.

Perché non voglio far parte della Federazione





YOANI SANCHEZ
Il congresso della Federazione delle Donne Cubane (FMC) è terminato alcuni giorni fa. Nel corso della cerimonia di chiusura, un uomo ha pronunciato le parole finali. Ma questo non è stato l’unico, né l’ultimo, errore di un’organizzazione obsoleta caratterizzata dall’ideologia. 
Dopo aver ascoltato le riunioni nel Palazzo delle Convenzioni, confermo di non voler far parte della Federazione. Perché? 

Di seguito le mie ragioni:

- Rifiuto la considerazione da “presidentessa eterna” di cui viene fatta oggetto la figura di Vilma Espín, perché questo sfoggio d’immortalità in un incarico mi sembra - quanto meno - ridicolo. 

- Non voglio far parte di un’organizzazione che nella sua bandiera mostra un individuo in uniforme. Visto che non sono un soldato, non mi sento rappresentata da una donna armata di fucile. 

- Non credo a un’organizzazione femminile che ha come principio la fedeltà a un’ideologia, a un partito e a un uomo. 

- Sospetto che una parte dei 4 milioni di donne che compongono la FMC, sia entrata a farne parte per mero automatismo, come un atto obbligato al compimento dei quattordici anni. 

- Non confido in una federazione fondata sulla mancanza di libertà che impedisce ai cubani di creare altre organizzazioni. 

- Non comprendo il modo di ragionare della FMC, che stigmatizza la violenza contro le donne ma non ha mai condannato gli atti di ripudio di cui sono vittime le Damas de Blanco. 

- Sottolineo l’inefficienza di un’entità fondata da 50 anni, che non è ancora riuscita a fare in modo che le femmine possano raggiungere quei posti di potere dai quali si prendono le vere decisioni che danneggiano il paese. 

- Sono stanca di veder ridurre le donne - in questi congressi femminili - a soggetti preoccupati per un modulo da riempire su pentole e tegami, femmine disposte a consegnare i loro figli come carne da cannone o parti dell’ingranaggio produttivo… pronte al sacrificio, belle e obbedienti. 

- Sono una donna del XXI secolo, non ostento il mio sesso con vittimismo ma con orgoglio e non posso far parte di un’organizzazione che è un polo di trasmissione del potere verso le femmine. 

- Quando sarà legale associarsi per convinzioni, affinità, generi e tanti altri punti di contatto, allora sì che entrerò a far parte con la mia sessualità e le mie domande di una vera federazione femminile. 


Traduzione di Gordiano Lupi 

Svalutazione





YOANI SANCHEZ
Per una cellula è difficile mantenersi sana in un organismo malato. In una società inefficiente, una bolla di funzionalità finirebbe per esplodere. Allo stesso modo, non si possono potenziare certi valori etici - selezionati e filtrati - in piena debacle di integrità morale. Riscattare codici di comportamento sociale, implica accettare anche quelli non in sintonia con l’ideologia imperante. 

Adesso i media ufficiali ci invitano a recuperare i valori perduti. Secondo la versione dei commentatori televisivi, i principali responsabili del deterioramento morale sarebbero la famiglia e la scuola… mentre il governo resterebbe immune da colpe. Parlano di cattiva educazione, scortesia, mancanza di solidarietà e aumento di cattive abitudini come furto, menzogna e indolenza. In un paese dove per mezzo secolo il sistema educativo, la stampa, i mezzi di produzione e distribuzione culturale, sono stati monopolio di un partito unico, vale la pena chiedersi: che cosa ha prodotto tale impoverimento? 

Ricordo che quando ero bambina nessuno osava rivolgersi a un interlocutore con l’appellativo “signore”, perché era considerato un retaggio borghese. Siccome il termine “compagno” era associato a una posizione ideologica, molti cubani cominciarono a chiamarsi con nuove forme: “cugino”, “giovanotto”, “ascolta tu”, “sigaro”… un elenco interminabile di epiteti che derivavano da formule volgari. Adesso in TV si lamentano che ci rivolgiamo al prossimo in maniera scurrile, ma… chi ha provocato tale deterioramento? 

Il sistema cubano scommise sull’ingegneria sociale e giocò con l’alchimia individuale e collettiva. L’esempio più eclatante di quel fallimentare laboratorio fu il cosiddetto “uomo nuovo”. Un Homus Cubanis che sarebbe cresciuto senza problemi tra sacrificio, obbedienza e fedeltà. L’uniformità era incompatibile con le caratteristiche etiche di ogni famiglia. Quindi per ottenerla, fecero in modo - quando poterono - di allontanare milioni di cubani dall’ambiente familiare. 

Andavamo al circolo infantile dopo appena 45 giorni dalla nascita, gli accampamenti dei piccoli pionieri ci ricevevano dopo aver imparato le prime lettere, partivamo per le scuole di campagna appena finita l’infanzia e passavamo la nostra adolescenza in un liceo costruito in mezzo al niente. Lo Stato credeva di poter sostituire il ruolo educativo dei nostri genitori e pensava di poter cambiare i valori familiari con un nuovo codice morale comunista. Ma la creatura costruita risultò lontana dal progetto. Non riuscimmo a trasformarci neppure in un “uomo buono”. 

Si accanirono anche contro la religione, senza considerare che nelle diverse credenze vengono trasmessi alcuni valori etici e morali che hanno formato la civilizzazione umana e i nostri costumi nazionali. Ci fecero denigrare i diversi, insultare con frasi oscene i presidenti degli altri paesi, irridere figure storiche del passato, mostrare la lingua e fare pernacchie quando passavamo davanti a un’ambasciata straniera. Ci inculcarono la “promiscuità rivoluzionaria” che loro stessi avevano praticato sulla Sierra Maestra e ci incitarono a sbeffeggiare chi parlava bene, aveva una vasta cultura e si esprimeva in maniera raffinata. Quest’ultimo insegnamento fu così intenso che molti cubani fingevano di parlare volgarmente, omettevano di pronunciare alcune sillabe e nascondevano le loro letture, perché nessuno si rendesse conto che erano “dei soggetti strani”, potenzialmente dei “controrivoluzionari”. 

Abbiamo sentito un uomo gridare da un palco per cinquant’anni. Le sue diatribe, il suo odio, la sua incapacità di ascoltare con calma un argomento contrario, sono state le pose esemplari che abbiamo imparato a scuola. Lui è stato l’esempio di chi si esprime gridando, sempre esasperato, il dito indice autoritario puntato verso gli altri. Lui - che credeva di sapere tutto mentre in realtà sapeva poche cose - ci ha trasmesso la superbia, l’abitudine di non chiedere mai scusa e la menzogna, tipico inganno dei furfanti e dei truffatori, che gli riusciva così bene. 

Adesso, che il quadro etico della nazione sembra uno specchio in frantumi caduto al suolo, chiedono alla famiglia di ripararlo. Ci invitano a costruire valori nelle nostre case e a trasmettere ordine e disciplina ai nostri figli. Ma come possiamo farlo? Noi stessi siamo stati plasmati nella mancanza di rispetto di certi codici. Non siamo in grado di cambiare le cose, perché non c’è mai stato un processo di autocritica da parte del potere, chi ha giocato all’ingegneria sociale con le nostre vite non ha mai riconosciuto gli errori commessi. 
I codici etici non si ricostruiscono tanto facilmente. Una moralità svalutata dal comportamento pubblico, non può essere ricomposta dalla sera alla mattina. E adesso come metteremo a posto tutto questo disastro? 


Traduzione di Gordiano Lupi  

giovedì 20 febbraio 2014

Hemingway supera l’embargo - Cuba dona documenti agli Usa


Carte personali inviate a Boston e messe a disposizione degli studiosi dello scrittore



Ernest Hemingway (1899-1961)

L’AVANA,
La cultura travalica l’embargo Usa a Cuba: le autorità dell’Avana hanno digitalizzato 2.000 carte e documenti appartenuti a Ernest Hemingway e le hanno inviate al Kennedy Museum, a Boston, dove resteranno a disposizione di chi voglia approfondire gli studi sulla vita dell’autore de “Il Vecchio e il mare”. 

Si tratta, ha spiegato la rivista Cuba Contemporanea, di lettere, passaporti, ricevute dei bar frequentati dallo scrittore e di telegrammi, tra i quali quello in cui nel 1954 gli fu annunciata l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura.

I documenti originali sono custoditi nel museo della Finca Vigia, la casa al’Avana in cui Hemingway abitava nell’isola. Nel 2008 c’era stata una prima donazione di circa 3.000 documenti digitalizzati da parte del museo cubano. 


«Siamo lieti», ha spiegato Tom Putnam, direttore del Kennedy Museum, «di poter offrire ai ricercatori l’opportunità di uno sguardo unico nella vita quotidiana dello scrittore. Queste carte personali contribuiscono a umanizzare l’uomo e comprendere lo scrittore».

mercoledì 19 febbraio 2014

Se l’Unione Europea apre a Cuba


di Andrea Lupi e Pierluigi Morena


La home page del Granma, l’organo ufficiale del comitato centrale comunista cubano, celebra  l’inaugurazione della Fiera internazionale del Libro, giunta all’edizione numero 23.

Un post pubblicato su Generación Y, il noto blog di controinformazione curato dalla filologa Yoani Sánchez, racconta quello che la propaganda non vede, la polvere che si annida dietro agli scaffali ben allestiti. Ore e ore di volenteroso lavoro malpagato, il dirigismo dell’Istituto Cubano del Libro, decisioni editoriali sottoposte a rigorose censure condotte dal “compagno della sicurezza”, “el compañero de la seguridad”.

In un post dello scorso 6 febbraio Yoani Sánchez, divenuta oramai riferimento di chi volge uno sguardo critico verso il regime, racconta di un contatto con una giovane reporter di un foglio digitale che autocelebrava la propria audacia per aver citato in un articolo semplicemente “Fidel Castro” piuttosto che il convenzionale “nuestro querido e invencible Comandante en Jefe” (il nostro amato e invincibile Comandante in Capo).

Un bel passo in avanti, verrebbe da dire, sulla strada della libertà di coscienza e della libera stampa.

Intanto l’Unione europea, come annunciato qualche giorno fa da El País, sembra decisa a riprendere i rapporti politici con Cuba, una sterzata improvvisa rispetto al blocco diplomatico adottato, con la posizione comune 697, nel lontano dicembre del 1996. Il testo della posizione comune subordina la cooperazione bilaterale con Cuba ai cambiamenti politici ed economici che sarebbero intervenuti sull’isola.

I ministri degli esteri dei paesi membri – secondo fonti spagnole – vorrebbero autorizzare la Commissione europea alla ripresa del dialogo per riannodare ufficialmente i fili dei rapporti politici nel 2015.  Le aperture di Raúl Castro sui delicati temi delle libertà individuali e dei diritti umani determinerebbero le istituzioni europee al cambio di passo, auspicato già nel 2010 dall’allora premier spagnolo, il socialista Zapatero, sul punto di concretizzarsi ora, sotto il governo del popolare Rajoy, più volte critico col sistema cubano.

Le turbolenze politiche in verità non hanno mai inciso sui rapporti commerciali.

I dati economici lo confermano: l’Unione europea ha la leadership degli investimenti stranieri nell’isola, è il secondo partner commerciale del paese (dietro al Venezuela chavista, ora guidato da Maduro), con un saldo di oltre duemila milioni di euro in esportazioni, secondo dati forniti dall’Ambasciata spagnola a La Avana.


Vedremo se, nel corso delle imminenti negoziazioni, l’Unione europea vorrà esercitare pressioni sul governo cubano perché alleggerisca le asfissianti politiche adottate dal regime sull’accesso al web, sulla repressione della dissidenza e sulle libertà sindacali.

giovedì 6 febbraio 2014

Esordio del film "Conducta" di Ernesto Daranas

Di Aldo da : http://ilvecchioeilmare.blogspot.it/



Ieri sera ho assistito all'esordio di un film...nuovo, si passi il gioco di parole. La pellicola di Daranas "Conducta" è un fatto veramente nuovo nel cinema cubano: è quello che si potrebbe chiamare un film di "denuncia", basato su storie reali, dove si mettono a nudo in modo crudo, quasi spietato e con grande evidenza alcuni problemi di non grande dominio pubblico, o quantomeno, che non vengono pubblicizzati dalle cronache come l'emarginazione, fra gli altri. Una grande interpretazione di Alina Rodríguez nella parte un'anziana maestra elementare che opera in un quartiere emarginato ed ha una scolaresca dove, dalla media degli alunni "normali", emergono due figure contrapposte: una bambina diligente e studiosa, la classica prima della classe e un bambino molto difficile. Entrambi hanno problemi seppure di diversa natura. Lei è arrivata col padre, un grande e onesto lavoratore, dall'Oriente cubano, sono dei "palestinos" all'Avana, non hanno una residenza e nemmeno un domicilio ufficiale, vivono nella semi clandestinità e questo preclude l'iscrizione regolare alla scuola dove, seppure l'istruzione è obbligatoria e garantita per tutti, secondo le "regole" si presta nei luoghi di residenza legale. Un'ostacolo che viene aggirato dalla "profe" con un'iscrizione fasulla, ma che le porterà conseguenze con la burocrazia scolastica che si uniranno a quelle causate dalla sua ostinazione a mantenere in classe il bambino "difficile" che vive con una madre alcolizzata, impasticcata e che vive di espedienti in un edificio fatiscente del centro storico dove nella soffitta si svolgono combattimenti di cani con relative scommesse e si svolge una lotteria clandestina. Il bambino, per contribuire al bilancio famigliare, alterna l'allevamento di piccioni viaggiatori alla cura e allenamento dei cani che poi verranno messi nel recinto a sbranarsi.
Inevitabile il formarsi di un carattere ribelle, in eterno conflitto con coetanei e adulti, cosa che gli crea problemi specie a scuola.
L'assistente sociale, chiamata ad intervenire, fa inviare il piccolo a un centro di rieducazione: un "escuela de conducta", da qui il titolo del film, ma la maestra reduce da un infarto che l'aveva allontanata temporaneamente dall'aula e quindi impossibilitata a fermare il trasferimento, si reca alla scuola per riscattare il suo alunno. Tutte queste vicende portano a una serie di complicazioni sempre maggiori per la maestra che lotta contro retaggi e contraddizioni che ritiene assurde e sopratutto dannose per l'educazione dei bambini. Non entro in dettagli ed evito di descrivere il finale dolce e amaro allo stesso tempo che comunque fa molto riflettere.


In conclusione un film drammatico e molto duro che viene stemperato qua e la da situazioni e battute tipicamente cubane che contribuiscono ad alleggerire una storia veramente "nuova" nelle opere cubane presentate in pubblico.