Da domenica 18 marzo a Cuba tornerà l'ore legale, a chi è in partenza riduce per qualche giorno il divario del fuso......
venerdì 6 marzo 2015
Orario Solare
Da domenica 18 marzo a Cuba tornerà l'ore legale, a chi è in partenza riduce per qualche giorno il divario del fuso......
giovedì 5 marzo 2015
Vivo all’Avana
Wendy Guerra.
25 Febbraio 2015
Mi sveglio presto, un getto di acqua fredda percorre il mio
corpo e lo risveglia. Attraverso bagnata il salotto e l’acqua definisce le mie
impronte che vanno fino alla cucina, cerco le arance, le spremo fino a riempire
di succo una piccola brocca. Metto la caffettiera italiana sul fuoco, e mentre
apro porte e finestre, l’aroma del caffè inonda la casa. Assaporo il suo gusto
profondo, ed è come se di colpo assaggiassi la realtà, cerco il mare dalla
terrazza, poi Monte Barreto e, un po’ più in là, spuntano gli edifici che
riflettono la città habaneciendo.
Il postino avrà tirato il giornale di oggi? No, non ci sono
ancora notizie a terra.
Qui nulla sembra essere cambiato. Non ha piovuto, non fa
freddo, l’umidità offusca ancora i vetri.
La settimana scorsa ho ricevuto tante chiamate dall’estero
che mi chiedevano se sapessi qualcosa della morte di Fidel. No, non ne ho mai saputo
niente, queste voci fanno parte della
nostra quotidianità. Tutto questo mi ricorda quella sirena di allarme
aereo, simulacri di guerra che non sono mai stati veri ma che ci mantenevano
allerta, permanentemente in guardia.
Mi affaccio al balcone. In strada alcuni bambini corrono per
non arrivare tardi a scuola, i genitori li salutano, si affrettano a
raggiungere il viale, mentre, laggiù in lontananza iniziano le code, il serio
gioco di trovare qualcosa da mangiare, la
feroce lotta per la sopravvivenza è iniziata e ancora non sono le 7 e 30.
Inizia il viavai di persone che attraversano una città dove
ormai in pochi credono si possa vivere lavorando onestamente.
È ancora tutto uguale? Uguale a cosa? Niente di questo
assomiglia a me, a noi. Chi siamo noi? Sembra che mi abbiano lasciato sola e
che tutto questo sia un incubo.
Squilla il telefono, è la dottoressa del medico di famiglia
che ha bisogno di togliermi il sangue poiché sono stata in viaggio di recente,
è la legge.
Un vestito di cotone e un paio di sandali sono lo scudo che
mi riveste per scendere nell’arena. È importante passare, non attirare l’attenzione se pensi di risolvere i problemi
quotidiani. Scendo le scale di marmo, calpesto la strada e inizio a tradurre i
miei pensieri. Devo essere realistica, comprare le cose pagandole ciò che
costano e non al valore a cui me le vogliono vendere. Quanto costa la carne in
un paese in cui non c’è carne? Protesto perché al mercato alterano sempre i
prezzi. Faccio code che mi portano ad altre code interminabili fino a
raggiungere la fine di ogni cosa, sapendo che domani mi rimangono altre code
per continuare a risolvere i problemi.
Una trattativa ti porta a un’altra e le urla, la musica
alta, e il dolore della gente minano il
tuo universo di disoccupati, mendicanti, parcheggiatori e lavoratori
indipendenti con cui oggi trascorri la giornata risolvendo la tua realtà
oggettiva.
Incontri amici del quartiere che, nonostante le illusioni di
fine anno, ti ripetono: qui nulla è cambiato.
Ritorno con le borse e le preoccupazioni di tutto ciò che
non ho potuto concludere. Non pretendo di essere un eroe, ma come un eroe devo
sopportare i colpi degli avvenimenti quotidiani.
Sono le dieci del mattino e sono già sfinita, torno a casa e
provo a scrivere quello che ieri ho lasciato a metà sul mio computer. C’è
ancora caffè? Non ci posso credere. Non c’è caffè. Controllo il lavandino e
vedo che ancora una volta l’idraulico mi ha truffato, la perdita continua. Con
chi posso lamentarmi? Lamentarmi qui?
Bussano alla porta, vogliono disinfestare, ispezionare le
cisterne e… anche, perché no, quella della tua vita privata. Chiedo loro di
venire domani per poter finire il mio lavoro, è orario di lavoro, no? Minacciano di mettermi una multa se non li
lascio entrare, le multe finiscono nel tuo dossier e i dossier a Cuba
ingigantiscono i tuoi futuri demoni. Li lascio entrare, ispezionano,
disinfestano, domandano, prendono nota, scherzano, chiedono, li saluto; e
quando vado a chiudere la porta la vicina che ascolta dalla scala mi avverte
che ieri mi ha pagato la luce, scendo di corsa riconoscente a restituirle il
denaro.
Infine mi siedo al computer e quando sto riprendendo le idee
lasciate inconcluse, squilla il telefono, si sente molto molto male. Una voce
chiede di Castro. – Qui non vive nessun
Castro, si sbaglia. Qui non vive nessuno con quel nome.
Il telefono squilla ancora. È una giornalista straniera che
vuole sapere che ne penso della morte di Castro… la linea cade quando cerco di
spiegarle che Fidel… Squillo e cade, squillo e cade la linea… non c’è modo di
riuscire a spiegarle niente.
Stacco il telefono, chiudo le finestre, e mi siedo a
scrivere allora di una realtà che mi mette alle strette e che, dominandomi, mi
riporta a una grande verità:
La morte ormai non è la notizia, qui la vera notizia è essere vivo.
Wendy Guerra
(Habáname, 13 gennaio 2015)
Traduzione di Silvia Bertoli
Tassa di uscita da Cuba, nuove norme.
La tassa di uscita Cuba a partire dal 01 aprile 2015 dovrà
essere pagata prima della partenza all'agenzia che emette il biglietto aereo
per Cuba. Questa norma governativa è stata attuata direttamente dal governo
Cubano.
Se la pratica solo volo per Cuba è prenotata direttamente
con la compagnia aerea charter, la tariffa è di circa 22 euro, mentre con i
maggiori tour operator Italiani la tariffa è di 25.99 euro. Nei casi in cui il
biglietto sia stato emesso con volo di linea per Cuba, air france, aeroflot, air
europa, condor lufthansa, la tassa di uscita è già inclusa nella tariffa del
biglietto.
Il pagamento della tassa di uscita Cuba effettuato alla
agenzia che emette la prenotazione per Cuba, è una buona soluzione per evitare
file interminabili alla ECASA (Empresa
Cubana de Aeropuertos y Servicios Aeronáuticos S.A.) presso gli aeroporti
Cubani.
mercoledì 18 febbraio 2015
Ángel Santiesteban-Prats. La Fiera del Libro che ormai non c’è (I)
18 Febbraio 2015
Ricordo sempre piacevolmente come “nostri anni felici”
l’ambiente che circondava quelle Fiere Internazionali del Libro a Pabexpo.
Ogni anno, nel mese di febbraio, più che l’incontro dei
libri celebravamo il ritrovo degli esseri umani. Fratelli di lettere che
provavano a raggiungere quel sogno comune di diventare scrittori riconosciuti
dai lettori. All’Avana, come anfitrioni, accoglievamo i nostri colleghi con
l’allegria con cui si aspetta un “parente del settore”, e gli abbracci facevano
male mentre la loro forza ci obbligava a far uscire il fiato, e dopo lo
stordimento raccontavamo gli ultimi avvenimenti culturali del mondo che
penetravano nel paese per bocca di quelli che viaggiavano fuori dall’isola e si
arrischiavano a raccontare quella realtà a noi ufficialmente proibita, quelli
di dentro, perché allora non esisteva la posta elettronica, il cellulare e
ancor meno internet, o almeno noi, mai ne avevamo sentito parlare.
Allora arrivava il capitolo in cui confessare i problemi
personali, familiari e anche di amici o vicini che mai avremmo conosciuto e
che, a quel tempo, ci toglieva il sonno perché avevamo già la sensibilità a
fior di pelle. Poi, senza che potessimo evitarlo, si discuteva della censura,
della persecuzione e dell’assedio dei funzionari, dei politici e dei membri dei
servizi di sicurezza, soprattutto nelle province lontane dalla capitale, abusi
istituzionali, e allora raccoglievamo firme solidali per la cessazione immediata
di quelle pressioni democratiche e ideologiche, e lo facevamo superando la
paura, le notorie conseguenze per il nostro atteggiamento di affronto al
potere, forse furono quelli i nostri primi atti di dissidenza.
Gli atti di abuso che più ricordo, tra tanti, furono il
pestaggio dello scrittore Jorge Luis Arzola a Jatibonico, quando dopo essere
uscito da un seminario letterario a cui era stato invitato per leggere un
racconto e provava a tornare al suo paese venne imprigionato, picchiato perché
faceva resistenza, poi tirato fuori dalla cella da una guardia che lo colpì di
nuovo, fino a lasciarlo stremato, fregandosene del suo minuto corpo da giovane,
la sua voce profonda a difendere la sua innocenza; o quando a Matanzas la Sicurezza di Stato fece
irruzione a un evento di poeti a cui presenziava la poetessa Carilda Oliver
Labra e picchiò tutti, inclusa la stimata artista, e tutto argomentando che in
quello spazio culturale venivano lette poesie contro il governo; o l’espulsione
di Guillermo Vidal dal posto di insegnante al pedagogico di Las Tunas; o Amir
Valle, che fu costretto ad abbandonare la sua città natale Santiago de Cuba, e
a metà della sua carriera si spostò verso L’Avana, mentre fuggiva
all’inseguimento della polizia politica per aver formato quel gruppo chiamato
“Los seis del Ochenta”, pensando che frapponendo quei cento kilometri lo
avrebbero lasciato in pace, e grandi furono il suo stupore e la sua sorpresa
quando i membri dei servizi di sicurezza apparvero alla Facoltà di Giornalismo
dell’Università dell’Avana e interruppero la lezione per tirarlo fuori
dall’aula e interrogarlo con domande capziose sempre sugli altri, i suoi
compagni di gruppo.
I lettori si domanderanno come, nonostante tutte queste
sventure, potrà questa epoca risultare nostalgica, ed è che per questo allora
abbiamo avuto la forza di restare uniti. Ma c’è di più
…
Prisión Unidad de Guardafronteras. La Habana. Febrero de
2015.
Ángel Santiesteban-Prats
(da Los hijos que nadie quiso, 16 febbraio 2015)
Traduzione di Silvia Bertoli
lunedì 9 febbraio 2015
La svolta di Cuba: tra le bandiere americane, il tabù violato nelle vie dell'Avana
Arrivata sull'isola la prima delegazione governativa Usa. La gente già sogna nuovi business. Ma Raúl Castro non sembra disposto a cedere molto. E tanti ragazzi ancora pensano alla fuga
L'AVANA - Vedere una bandiera a stelle e strisce che
ondeggia su un edificio della capitale cubana non è più un tabù. Una l'hanno
messa sul Saratoga, l'albergo che la settimana scorsa ha ospitato la prima
missione parlamentare di democratici Usa dopo lo scambio delle spie del 17
dicembre e l'alleggerimento dell'embargo. L'altra l'ha esposta sul suo balcone
Estrella, una dottoressa cubana che affitta ai turisti due camere nella sua
grande casa del Vedado, un vecchio quartiere elegante del centro dell'Avana.
"Non mi faccio illusioni - commenta lei
- la strada è lunga: ma ormai il
disgelo è iniziato. Io sono pronta a ospitare americani, la mia casa è smoke
free ". E ieri, mentre la delegazione governativa guidata dal segretario
di Stato per l'America Latina, Roberta Jacobson, iniziava le trattative con il
governo cubano per il pieno ripristino delle relazioni diplomatiche, interrotte
dal 1961, e lo scambio di ambasciatori, una serie di bandierine americane
svettavano dalle noci di cocco della bancarella di un venditore ambulante.
I cubani sono rapidi nel cogliere la direzione del vento.
Dopo questa prima serie di incontri ad alto livello, entro qualche mese è
prevista la prima missione con fini commerciali organizzata dal governatore
democratico di New York, Andrew Cuomo. Poi, è questa la road map della Casa
Bianca, prima della fine dell'anno, Barack Obama spera di convincere il
Congresso a abolire " el bloqueo" liberando tutte le potenzialità di
una pace che molte lobbies economiche negli Stati Uniti vedono come il prossimo
business.
E' evidente che il governo americano vuole bruciare le tappe
ma Raúl Castro non sembra disposto a concedere granché, almeno per ora, né
riguardo ai diritti, umani e politici, né sul controllo dello Stato
sull'economia. Nonostante le riforme, avviate dopo l'uscita di scena di Fidel
Castro nel 2008, le attività private che si possono svolgere sull'isola sono
poche e poco importanti: taxisti, barbieri, meccanici. Tutto il resto è
proibito e dominato dalla gestione di Stato. L'apertura al mercato è lenta e
confusa. Così nel Congresso Usa lo scenario sulla svolta presidenziale rimane
molto incerto come si è potuto vedere anche martedì, nel giorno del discorso
sullo Stato della Nazione, quando il repubblicano Marco Rubio ha invitato al
Senato dirigenti dell'opposizione cubana contrari alle aperture della Casa
Bianca.
Per ora le nuove regole di Obama facilitano i viaggi a Cuba,
anche se non quelli "turistici", e aumentano fino a duemila dollari a
trimestre la quantità delle rimesse che i cubani residenti negli Stati Uniti
possono inviare ai loro parenti sull'isola. Ma già da qualche tempo circa 70mila
statunitensi ogni anno visitano Cuba, molti "triangolando" con uno
scalo intermedio in Messico o in Canada per aggirare il divieto, e nel corso
del 2015 si prevede che raddoppieranno, protetti dietro la giustificazione di
missioni accademiche o umanitarie. Però, oggi, più che l'onda dei turisti, i
cubani si attendono dall'America investimenti e commerci.
Se si esclude la zona di Habaguanex, la piccola holding
fondata da Eusebio Leal, un intimo amico di Fidel Castro, che possiede a
ridosso della Plaza de Armas e dell'Ambos Mundo, l'albergo di Hemingway,
ristoranti, bar, posadas e birrerie, completamente restaurati, l'Avana ha
l'aspetto di una città terremotata, tutta da ricostruire. I bellissimi edifici
in stile coloniale sul Malecòn, il lungomare, cadono a pezzi. E il resto è
peggio. Facciate malandate, finestre assenti, scale pericolanti. Al tramonto,
molte vie della città, sprofondano nell'oscurità per l'assenza di illuminazione
stradale.
Quello che sperano, da una parte e dall'altra dello Stretto
della Florida, le generazioni più giovani e meno coinvolte nella vecchia
battaglia ideologica fra il regime e l'esilio, è una piena liberazione delle
relazioni, dei commerci, degli spostamenti. E questo sarà possibile solo con la
totale abolizione dell'embargo, che frena scambi e investimenti. Oggi i divani
delle hall dei grandi, e piuttosto decrepiti, alberghi di Cuba sono presi
d'assalto da ragazzi, i bloggers, che comprano le tesserine per la connessione
a Internet, dieci euro per un'ora, e ci trascorrono gran parte della notte
navigando nel mondo globale. A loro poco importa chi governa. Vogliono solo
avere le libertà di tutti gli altri giovani della loro età. Così uno degli
effetti indesiderati della svolta è l'aumento dei giovani cubani in fuga che
arrivano alle frontiere degli Stati Uniti. A spingerli è il timore che, con la
fine dell'embargo, venga abolita anche la legge che consente loro di godere
automaticamente dell'asilo politico se toccano terra americana. E' la famosa
" Wet feet, dry feet ", la regola dei "piedi bagnati, piedi
asciutti", che rappresenta da mezzo secolo uno straordinario privilegio
concesso agli immigrati cubani rispetto a tutti gli altri. I visti per il
Messico si comprano abbastanza facilmente, poi basta arrivare a Tijuana,
raggiungere il posto di frontiera e gridare: "Sono cubano!", per
passare senza problemi dall'altra parte e viaggiare verso la Florida e Miami, dove
molti hanno parenti e un lavoro che li aspetta.
Sono le mele avvelenate di una pax americana che è ancora
lontana dall'essere efficace su un regime che conserva gelosamente tutte le sue
censure. "Meglio andar via", commenta
Lazara, che ha fatto giorni di code al consolato canadese
per ottenere un visto d'uscita, mentre discute con i suoi amici le notizie
sulle condizioni di salute sempre più precarie di Fidel Castro: "Qui - dice
sconsolata - non cambia mai veramente niente".
martedì 3 febbraio 2015
Cuba, rispunta Fidel Castro Ecco le prime foto da agosto
http://www.lastampa.it/2015/02/03/multimedia/esteri/le-prime-immagini-di-fidel-castro-dopo-mesi-di-buio-CkHCWjQCXJ785LRivzuTzN/pagina.html
Le prime foto di Fidel Castro da cinque mesi a questa parte
sono apparse oggi sul sito web Cubadebate. Le immagini, una decina, ritraggono
il «lider maximo», 88 anni, seduto in conversazione con il capo della
principale organizzazione studentesca Randy Perdomo il quale ha poi spiegato
che l’incontro è avvenuto il 23 gennaio, in occasione del progetto della
Federazione degli Studenti Universitari per celebrare il 70esimo anniversario
dell’ingresso di Fidel Castro all’Università dell’Avana. Le immagini sono le
prime di Castro dopo quelle apparse in agosto, e che lo mostravano a colloquio
con il presidente venezuelano Nicolas Maduro. Sono state pubblicate dai
quotidiani Granma e Juventud Rebelde, oltre che dal sito web e mostrano il
«lider maximo» nella sua residenza. L’ex presidente appare rilassato, sereno,
sorridente e con una giacca sportiva azzurra, pantaloni dello stesso colore e
una camicia a quadri. In molte fotografie si vede anche la moglie, Dalia Soto
del Valle. Le immagini arrivano dopo settimane di febbrili congetture sulle
condizioni di salute del padre della rivoluzione cubana, da tempo scomparso
dalla scena pubblica. L’ultima volta che Fidel Castro è stato visto in pubblico
è stato l’8 gennaio del 2014, quando visitò una galleria d’arte nei pressi
della sua abitazione.
lunedì 2 febbraio 2015
"Paga con American Express?". Il capitalismo Usa sbarca a Cuba
La carta di credito che più rappresenta il sogno americano opererà anche all'Avana. E Fidel torna a farsi sentire. Per dire che stima Obama
Manila Alfano - Gio, 29/01/2015 - 08:28
Era lo spauracchio di qualsiasi dipendente, cassiere,
direttore. A New
York come a Vienna , a Buenos Aires come a Roma.
Bastava la parola per mettere in agitazione un ufficio intero: Cuba.
Auto d'epoca nelle strade di Cuba
Divieto tassativo di trattare con i cubani e con qualsiasi
cosa avesse a che fare con loro: vendere traveller cheque ai turisti diretti
sull'isola, emettere biglietti anche solo con scalo all'Avana. Entrare in una
filiale American Express era come entrare negli Stati Uniti e il governo era
sempre stato categorico su questo genere di cose: sull'embargo nessuna
leggerezza. Ogni svista era punita con sanzioni interne pesanti. Oggi invece il
presente si riconcilia con il passato, e cala il sipario sull'isolamento da
anni '60. L 'american
Express sbarca a Cuba. «Non posso ancora dire quando la nostra carta arriverà
all'Avana, ma stiamo aspettando solo l'autorizzazione del Dipartimento del
Tesoro americano», ha detto Marina H. Norville portavoce della società.
Il simbolo per eccellenza dell'America, del capitalismo, la
carta di credito più chic e più famosa del mondo, quotata a Wall Street, la più
antica, la più prestigiosa, si fa largo tra le strade polverose dell'Avana,
dove viaggiano a rilento le vecchie cadillac blu. La carta con il centurione
che è più uno status che un mezzo di pagamento entrerà negli hotel, nei negozi
di lusso che arriveranno insieme ai campi da golf. È questo il vero segno della
fine. Dell'addio concreto al castrismo, fallimento di un'ideologia, o epilogo
naturale voluto dalla storia. Il fratello Raùl al posto di Fidel, il nuovo per
il vecchio, il capitalismo spalancato alla vita tranquilla e lenta dell'Avana.
Fidel isolato e malatissimo, ha scritto una lettera sul disgelo per dire che
lui dell'America continua a non fidarsi, ma che lascia fare perchè come lui
stesso ammette è dal 2008 che non ha più potere. Raul fa da sè e Alina, figlia
ribelle del lider maximo fuggita negli anni Novanta sarebbe tornata sull'isola,
segno altrettanto definitivo che davvero qualcosa è cambiato. «Non ho fiducia
nella politica degli Stati Uniti, né ho scambiato una sola parola con loro, ma
questo non significa un rifiuto nei confronti di una soluzione pacifica dei
conflitti o dei rischi di guerra» scrive Fidel in una lettera alla Federazione
Studentesca Universitaria. Ormai il suo silenzio dopo la clamorosa svolta
durava dad troppo tempo. Rimbalzavano le voci maligne che lo volevano
addirittura morto. Neppure un incontro con i «Cuban Five» le famose spie cubane
rilasciate dagli Stati Uniti che erano stati la sua ultima grande battagllia
antiamericana. C'è chi dice che sia molto arrabbiato con Raul, il fratello che
ha disobbedito. Che ha virato verso il futuro togliendo l'anima a Cuba.
C'è tensione sull'isola che combatteva l'impero e Raul,
forse condizionato dalla lettera del lider maximo, a sorpresa ha irrigidito le
posizione, chiarendo che Cuba non intende fare alcuna concessione politica.
Anzi. Il presidente cubano ha sottolineato come con la sua offerta di normalizzare
i rapporti Obama «ha ammesso che gli Usa hanno sbagliato la loro politica
contro Cuba» e questo è già di per se «un trionfo» per il popolo cubano. Frei
Betto, uno dei principali esponenti della Teologia della liberazione
brasiliana, e uno dei pochissimi che l'altro ieri ha incontrato Fidel ha
raccontato che «Sta bene, è lucidissimo e entusiasta di Obama». «Fidel ha
un'alta considerazione del presidente Obama e valuta positivamente il suo
operato. Ma allo stesso tempo ritiene che il processo di riavvicinamento sarà
molto lungo e che gli Stati Uniti devono assumere iniziative concrete, come
porre fine all'embargo e togliere Cuba dalla lista nera dei Paesi terroristi».
Si torna al punto. La svolta non è tale se non si toglie «el bloqueo».
Oggi questo muro d'acqua viene lambito da una carta di
credito che degli Stati Uniti ne hanno fatto un onorato simbolo. L'American
Express non è una carta di credito qualsiasi; più di altre rappresenta il sogno
americano. Lo diceva anche la pubblicità: «My Life. My Card», per lei ci hanno
messo la faccia Martin Scorsese, Robert De Niro, Kate Winslet, Tiger Woods.
Quella carta con il centurione è l'ultimo sfregio ai castristi, a quelli che al
capitalismo guardavano come una malattia da tenere lontana dal popolo. Oggi quella
stessa gente dice di essere contenta, che quell'intesa con Obama la brama.
Obama avava già avvertito. La fine dell'embargo sarà un processo lungo, in
accordo tra la Casa Bianca
e il Congresso. Sono tutti al lavoro.
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