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lunedì 18 novembre 2013

I figli illegittimi della rivoluzione


A CUBA STANNO PROSPERANDO
I FIGLI ILLEGITTIMI DELLA REVOLUCION

MIMMO CANDITO




Andrés si dice “abbastanza soddisfatto”. Aveva cominciato qualche anno fa con una vecchia poltrona e uno specchio, ora ha due specchi e due poltrone (una è anche quasi nuova). Andrés taglia capelli e rade barbe in una strada affollata di Centro Habana, raddoppiare in due anni le dotazioni della “peluqerìa” non è un risultato da poco, in un'isola dove il tempo pare spesso ingessarsi, imprigionato dentro rigidità che la Revoluciòn esige a difesa della propria sopravvivenza.
Ma Andrés lo sa bene, che Cuba non è più quella che era, anche se l'icona immortale del “Che” vigila ancora sulla grande piazza e si chiama sempre Castro quello che dirige l'orchestra della storia nazionale. I giorni passano lenti, all'Avana, il sole rosso e la pioggia larga dettano a stento un calendario che pare anch'esso imposto dal regime, e allora arrangiarsi resta comunque la migliore arte nazionale, quella nella quale fantasia talento e pigra spregiudicatezza forgiano comunque una soluzione possibile. “Resolver” è il verbo che si coniuga come un imperativo quotidiano, e lo si incontra a ogni angolo di strada, indifferente alla cappa calda e umida delle grandi nubi che traversano il cielo del Caribe. 
Sono incontri che fino a qualche anno manco te li sognavi, che guai a pensare di rompere il monopolio dell'economia tenuto stretto dentro le mani forti del regime. Finivi diritto in galera, e perdevi il futuro. Poi arrivò la rivoluzione della Rivoluzione, che naturalmente aveva un altro nome ma quello, comunque, voleva dire: che ora si cambiava, e che niente era più come prima anche se tutto restava com'era sempre stato. Cominciò nel 2008 però ebbe una sua formalizzazione 2 anni fa, e come nella Cina di Deng (ma è lo stesso in questa di Xi Jinping) anche all'Avana è stato il rituale liturgico del congresso del Partito comunista ad aprire il grande portone del cambiamento. Il corpaccione dello Stato che tutto fa e tutto controlla si sfaldava sotto le parole nuove del fratello di Fidel, e un orizzonte possibile si fece vedere al di là delle caute ombreggiature ufficiali. In quell'orizzonte, un milione di lavoratori pubblici veniva spedito a casa, licenziato di brutto dalle sue eterne sicurezze, e in cambio gli veniva imposto d'imparare a nuotare. O nuotare o affogare. 
E nuotare voleva dire mettersi in proprio, inventarsi un mestiere e provare a campare senza la sicurezza del salario a fine mese. Sono i “cuentapropistas”, i nuovi figli illegittimi della vecchia rivoluzione imbolsita. Carmelo Mesa-Largo, uno dei più attenti economisti che da Miami seguono la storia della Cuba castrista, traccia otto cicli che si alternano in questa storia ch'è lunga ormai mezzo secolo, quattro cicli li chiama “idealisti” e quattro “pragmatici”, una sorta di pendolo che si sposta e dondola seguendo una volta le pressioni della vecchia guardia conservatrice e una volta la necessità di aprire la cassaforte del paese alle esigenze d'una economia in evidente asfissia di capitali. Ora siamo nell'ultimo ciclo “pragmatico”, quello dove la Revoluciòn mette un po' da parte le sue bandiere ideologiche e lascia spazio al mercato, “ma uno spazio mai così ampio come questa volta”, dice il professore, che ha appena scritto un libro nel quale Raùl non è più “il fratello di” ma si è meritato ora un titolo tutto suo, Raùl e basta.
Andrès però, al telefono da laggiù, non ama molto parlare di politica e di strategie; diciamo per lui che i fatti, a raccontarli, sono meno compromettenti delle idee, e dei giudizi. I gattopardi dell'Avana hanno conservato intatto il loro strumentario repressivo, “adelante” sì, d'accordo, ma “con juicio”, con tanto juicio; e poi la Revoluciòn è comunque un mito che resta tuttora ben piantato nel cuore dell'isola, come una identità comune, condivisa con un sentimento profondo e la cui crisi, al massimo, viene imputata al tradimento d'una Nomenclatura sclerotizzata, che difende la propria continuità più che lo spirito di un antico progetto. E sarebbe proprio l'ora di finirla lì. Ma il tempo di Cuba è pigro, a cambiar pelle ci si mette sempre del tempo, e le cose si consumano lentamente nella vita quotidiana dell'isola.
E allora, Andrès preferisce raccontare di suo zio Julio, che ora fa anche lui il cuentapropista ed è uno dei tanti ex servitori dello Stato che oggi se ne stanno piazzati agli angoli delle strade a fare il nuovo mestiere d'ambulante; e non solo in centro, anche se il tranquillo quartiere del Vedado è quello che gli offre i migliori guadagni. Ha un carrettino, sul quale espone frutta e generi alimentari e ci campa su. La licenza di vendita, allo zio, è costata soltanto 50 pesos - che non è una gran somma, dice Andrés - anche se lo stipendio che, prima, lo zio prendeva dallo Stato era poco meno di 500 pesos. Julio era nei quadri del Ministero dello zucchero, che è stato uno dei più flagellati dalla “actualizaciòn del modelo” (nome ufficiale delle riforme che denudano il gigantesco impianto centralizzato delle politiche governative), e ha dovuto mollare la sua solida poltrona e mettersi in strada, “con la zia che piangeva che chissà come ce la saremmo cavata”.
In realtà, la “actualizaciòn” prevedeva freddamente che a essere espulso dalla nicchia confortante del lavoro statale fosse, entro il 2015, un milione di pubblici dipendenti, e che nel corso del tempo l'intera macchina pubblica si sarebbe poi dovuta smagrire addirittura del 33 per cento; sogni caraibici: oggi i numeri dicono spietati che l'esodo si è arrestato su quei primi 400mila che hanno accompagnato in strada il vecchio tìo Julio, e pare proprio che non si riesca ad andare oltre. Anche i gattopardi sonnecchiano, a Cuba.
Quando Raùl decise ch'era tempo di cambiare per non finire sepolti sotto le macerie d'una rivoluzione dove la “spinta propulsiva”s'era esaurita ormai da tempo, il piano delle riforme elencava ben 178 possibili licenze di lavoro privatizzato; e c'era di tutto, dall'antennista al taxista, dal venditore ambulante di prodotti agricoli all'affittacamere, al gelataio, al venditore di Cd, all'operatore di apparecchiature per l'intrattenimento pubblico. Una rivoluzione diffusa, insomma, dove l'inventiva ch'è la dote maggiore dei cubani potesse liberare tutte le proprie irriverenti potenzialità. E per molti non è andata affatto male: Andrès dice che “el tìo” riesce ad acchiappare fino a 130 pesos al giorno, con un bilancio annuale non lontano dai 40.000 pesos, ch'è un gruzzolo ben più sostanzioso dei 6.400 pesos che prima gli passavo lo Stato. “E la zia ora è contenta, e non si preoccupa più”.
Andrès compra la sua merce dai contadini (c'è stata una larga redistribuzione di terre incolte ai “campesinos”) o anche dai negozi statali, e naturalmente deve fare un ricarico che gli consenta un buon margine di guadagno: i fagioli neri (che a Cuba sono come per noi gli spaghetti) li vende a un terzo in più del prezzo ufficiale, e così anche la carne di maiale, che invece dei 56 pesos al chilo viene in vendita a 70. Naturalmente, deve pagarci su le tasse: sono poco più di 2.500 pesos l'anno, “e non va male”. Solo che la corruzione sta nelle vene del regime, e per poter lavorare lo zio Julio deve pagare “ogni tanto” una multa di 180 pesos agli ispettori della polizia: sono multe, diciamo, discrezionali, che non sempre finiscono davvero nelle casse dello Stato. Ma la burocrazia ha i suoi costi, e comunque anche gli ispettori della polizia devono poter campare.
Sta nascendo una nuova classe media, abborracciata, legata spesso ai guadagni spropositati del settore turistico, sempre in bilico sulle contraddizioni d'un sistema monetario duale (1 peso vale 1 dollaro, ma poi nei fatti ce ne vogliono 25), costretta a navigare dentro le timidezze pavide d'un regime che vorrebbe cambiare senza però rimetterci il potere. Le prospettive sono buone ma incerte, come i venti veloci del Caribe che spostano le grandi nuvole ancorate ai cieli dell'isola d'un comunismo che non ce la fa più.

Ps. Anche senza cognome, Andrés e Julio sono nomi finti. Troppi guai potrebbero piombargli addosso, se fossero identità riconoscibili dalla polizia cubana.

giovedì 19 settembre 2013

Gli autobus abruzzesi in giro per Cuba

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Sono felice di pubblicare finalmente  questo post con un briciolo di orgoglio essendo abruzzese e a due passi dalla sede di Socialcuba.
Questa notizia era attesa da un’anno, da quando l’ARPA, l'agezia pubblica di trasporti mise in vendita alla simbolica cifra di 1 euro diversi autobus in disuso.
4 di questi furono acquistati dall’associazione e resi efficienti per poi essere donati a Cuba, in particolare alla scuola di Pinar del Rio ma anche in funzione di trasporto pubblico.
L’associazione ha progammi già eseguiti e in progetto di interscambio culturale e solidale con questa provincia ed in particolare con questa scuola di arte.
Qui sotto riposto un articolo pubblicato da un quotidiano locale ed una piccola clip del documentario realizzato alla consegna lo potete vedere qui: http://video.gelocal.it/ilcentro/locale/gli-autobus-abruzzesi-in-giro-per-cuba/17736
Gli autobus hanno il nome stampato ai lati di quattro giovani dipendenti dell'ARPA prematuramente scomparsi
NIKI

Dal Centro di domenica 15.09.13


Nella sede della Cgil a Teramo, alla presenza dell'ambasciatrice cubana in Italia Milagros Carina Soto Aguero, si è tenuta la proiezione del video “I nostri autobus in giro per Cuba”. Il reportage, realizzato a L'Avana, documenta l'avvenuta consegna di quattro autobus Arpa donati all'Università di arte plastica di Pinar del Rio. Il progetto di solidarietà ha visto collaborare insieme l'associazione Socialcuba, la Filt-Cgil e l'azienda di trasporti regionale. Ciascun mezzo è stato intitolato alla memoria di quattro lavoratori Arpa scomparsi prematuramente, Marco Curini, Gianfranco Cichetti, Pietro Cortellini e Sergio Pecorale. L'ambasciatrice è stata poi ricevuta a Palazzo di città dove ha incontrato il vicesindaco di Teramo Alfonso Di Sabatino e i rappresentanti dell'Unione industriale e dell'Ance (a cura di Fabio Iuliano)

Yoani Sánchez. Le mie parole durante il Forum 2000





17 Settembre 2013
  
Buona notte,
Sono passati ormai oltre dieci anni da quando mi capitò tra le mani per la prima volta il libro di Václav Havel Il potere dei senza potere. Era foderato con una pagina del periodico ufficiale del mio paese, il quotidiano del Partito Comunista di Cuba. Foderare i libri era uno dei tanti sistemi che usavamo per nascondere alla vista di informatori e polizia politica i testi scomodi e proibiti dal governo. In questo modo siamo riusciti a leggere clandestinamente tutto quel che è successo dopo dopo la caduta del muro di Berlino, la fine dell'Unione Sovietica, la trasformazione ceca e tutti gli altri eventi che hanno interessato l'Europa dell'Est. Siamo venuti a conoscenza di tutti quei cambiamenti, alcuni più traumatici, altri più fortunati, e in molti abbiamo sognato che il cambiamento arrivasse presto anche nella nostra Isola del Caribe, oppressa da oltre cinquant'anni di regime totalitario. Ma il cambiamento più che sperarlo devi costruirlo. I processi di cambiamento non arrivano da soli, i cittadini devono promuoverli.
Oggi mi trovo qui, proprio nella città dove nacque Václav Havel, un uomo che riassume come pochi lo spirito del cambiamento. Mi trovo anche davanti a molte persone che hanno promosso, dato impulso e personificato il desiderio di cambiamento delle loro rispettive società. Perché la ricerca di orizzonti caratterizzati da maggior libertà, è una componente essenziale della natura umana. Per questo motivo diventano così incomprensibili e innaturali quei regimi che tentato di governare in eterno sulle proprie popolazioni, immobilizzandole, togliendo ogni desiderio di sognare un futuro migliore.
Ai tempi di Václav Havel, Lech Walesa e tanti atri dissidenti dei regimi comunisti, furono messi in campo validi strumenti di lotta pacifica e sindacale, persino la creazione artistica si schierò al servizio del cambiamento. Adesso è venuta in nostro aiuto anche la tecnologia. Ogni volta che utilizzo un telefono mobile per denunciare un arresto o racconto nel mio blog la difficile situazione di tante famiglie cubane, penso a come sarebbero stati utili questi attrezzi fatti di schermi e tastiere per gli attivisti dei decenni precedenti. Le loro voci e i loro progetti sarebbero arrivati molto più lontano, se avessero potuto contare sulle reti sociali e su tutto il cyberspazio che oggi si apre davanti ai nostri occhi. Il WEB 2.0 ha rappresentato, senza dubbio, una spinta per quello spirito di cambiamento che tutti noi abbiamo dentro.
Oggi, per la prima volta, è presente al Forum 2000 una piccola delegazione di attivisti cubani. Dopo decenni di reclusione insulare durante i quali il regime del nostro paese impediva a molti dissidenti, giornalisti indipendenti e blogger alternativi di viaggiare all'estero, abbiamo ottenuto una piccola vittoria: ci è stato aperto il lucchetto delle frontiere nazionali. È una vittoria limitata, incompleta, perché ancora ne mancano molte altre. La libertà di associazione, il rispetto della libera opinione, la capacità di eleggere i nostri rappresentanti, la fine degli odiosi meeting di ripudio che ancora persistono nelle strade cubane contro coloro che pensano in maniera diversa rispetto all'ideologia dominante. Malgrado tutto, siamo in molti a sentire che Cuba sta cambiando. Un cambiamento che si sta verificando nel modo più irreversibile e fondamentale: dall'interno dell'individuo, nella coscienza di un popolo.
Molti di voi avranno influito su quel cambiamento. Molti di voi che siete arrivati prima alla libertà e vi siete resi conto che non è la fine del percorso, ma che la libertà porta nuovi problemi, nuove responsabilità, nuove sfide. Voi che nei paesi di appartenenza avete mantenuto vivo lo spirito del cambiamento, persino mettendo in pericolo i vostri nomi e le vostre vite. Come lo spirito del cambiamento contenuto in quel libro di Václav Havel, foderato – per mascherarlo – con le pagine del periodico ufficiale più immobilista e reazionario che si possa immaginare. Come quel libro, il cambiamento si può proibire, censurare, si può definire quasi una brutta parola, si può ritardare e demonizzare... ma alla fine arriverà.

Praga, 16 settembre 2013
Yoani Sánchez

Traduzione di Gordiano Lupi

CUBA-STATI UNITI: RIPRENDONO I COLLOQUI SUL SERVIZIO POSTALE DIRETTO




    di  Luca Pistone.  Scritto  il  17 settembre 2013  alle  7:00.

Stati Uniti e Cuba hanno iniziato ieri all’Avana il secondo round di colloqui su un eventuale ripristino del servizio di posta diretto tra i due paesi dopo mezzo secolo di interruzione.cubaposta

“Si lavorerà sui dettagli di un progetto pilota per offrire un servizio postale diretto”, recita una nota del dipartimento di stato Usa.
Le parti hanno concluso in giugno un primo incontro, definendolo “positivo e costruttivo”. La proposta, riportano i media statunitensi, è relativa all’invio di lettere, e non di pacchi o posta espressa.
La direttrice esecutiva dei servizi internazionali del servizio postale degli Stati Uniti, Lea Emerson, è alla guida della delegazione del suo paese ai colloqui, mentre i cubani sono rappresentati da José Cabañas, capo della sezione di Interessi a Washington,
Il servizio di posta diretta tra Cuba e Stati Uniti è stato interrotto nel 1963. Ciononostante, lettere e altra corrispondenza sono filtrate in entrambi i paesi separati da circa 145 chilometri attraverso altre nazioni.
Le relazioni tra i due paesi sono congelate dal 1959, anno in cui ha avuto luogo la rivoluzione cubana guidata dall’ex presidente Fidel Castro. Washington ha mantenuto contro l’Avana severe sanzioni economiche e commerciali per oltre mezzo secolo.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ripreso i colloqui sulla migrazione e il servizio postale con Cuba nel 2009, entrambi sospesi dall’amministrazione George W. Bush nel 2004.
Negoziazioni bruscamente troncate in seguito all’arresto nell’isola caraibica del contractor statunitense Alan Gross, condannato nel 2011 a 15 anni di carcere per il suo ruolo nella creazione di una rete illegale di internet che sfuggiva al controllo dello stato cubano.
Le autorità cubane hanno accennato ad un possibile scambio di Gross con quattro ex agenti dei servizi segreti cubani detenuti negli Stati uniti da 15 anni con l’accusa di spionaggio.

In agosto Cuba ha permesso per la prima volta la visita di un medico statunitense a Gross.

mercoledì 18 settembre 2013

Cuba, vescovi a Raul Castro: è momento riforma politica

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In lettera aperta, 13 prelati cubani chiedono società pluralista


‘Cuba è chiamata ad essere una società pluralista, essendo la somma di molte realtà cubane’


Riforme economiche sì, ma e' necessario anche un cambiamento "nell'ordine politico": e' il chiaro messaggio che la Chiesa cattolica cubana ha inviato al governo del presidente Raul Castro, attraverso una lettera aperta - con un titolo evocativo preso dall'epistola ai Romani: "la speranza non delude" - pubblicata oggi nel sito web della conferenza episcopale dell'isola (Cec). Nel testo, i tredici vescovi cubani sostengono che e' ormai "imprescindibile" che sia messa in atto "una attualizzazione, un aggiornamento della legislazione nazionale nell'ordine politico", cosi' come "sta gia' avvenendo nell'aspetto economico".
"Cuba e' chiamata ad essere una societa' pluralista, essendo la somma di molte realta' cubane, il che vuol dire in altre parole che Cuba e' la nazione di tutti i cubani, con le loro differenze e le loro aspirazione, anche se non sempre e' stato cosi'", si legge nella lettera. I vescovi riconoscono che negli ultimi anni "si e' aperta una tappa della nostra storia che comincia a mostrare le possibilita' che si aprono quando si applicano nel paese un insieme di misure che incidono sull'economico, il sociale e fino a un certo punto il politico" e sono "il riflesso chiaro, anche se per ora incompleto, di richieste da tempo presenti nella popolazione". Fra queste riforme i vescovi ricordano la liberalizzazione del settore agricolo, "la liberazione di coloro che erano stati imprigionati per le loro idee politiche" e "l'eliminazione di misure restrittive che attentavano contro la dignita' dei cittadini", come la proibizione di usare strutture alberghiere, costituire una piccola azienda, comprare e vendere proprieta' o viaggiare all'estero. Ora pero', incalzano, e' giunto il momento della riforma politica a Cuba, dove "lo Stato partecipativo deve sostituire definitivamente quello paternalista" e "non si deve temere lo sviluppo di una autonomia sociale forte e responsabile, rafforzata dalla base e in accordo con le norme di una convivenza civile, in grado di sviluppare un lavoro fraterno". I vescovi ammettono che esistono ancora forti resistenze a ogni cambio politico nell'isola, il che e' dovuto anche "a una mentalita', un modo di pensare che si basa su fattori ideologici che erano presenti nell'origine e lo sviluppo" del regime castrista "e si sono mantenuti nel tempo senza tenere conto che la nostra realta' e' cambiata". Fra i settori nei quali la Chiesa afferma sia necessario un cambiamento c'e' anche il rapporto con gli Stati Uniti, andando verso "una politica di inclusione, in base al rispetto delle differenze, che permetta di attenuare le tensioni e le sofferenze che vivono numerose persone e famiglie".


venerdì 9 agosto 2013

Mamma, voglio fare il dissidente

blog ponte per cubareale




Alejandro Torreguitart Ruiz.


  
Mamma è preoccupata. Dice che non scrivo più. Questa è bella, proprio lei che stava sempre a dire Alejandro non fai un cazzo dalla mattina alla sera, perché non ti trovi un lavoro serio invece di scrivere, ora mi rimprovera perché non scrivo.
– Mamma, ti senti bene?, – le chiedo.
– Mai stata meglio, – risponde. E intanto separa i fagioli buoni dai cattivi. Solito gesto che scandisce il ritmo del quotidiano in questo paese dove non succede mai niente e si va avanti così, tanto siamo cubani, s’inventa.
– Non scrivo a richiesta, mamma. Scrivo quel che vedo. Ho parlato di froci, puttane, gente che scappa, mogli che uccidono mariti. Ho messo in burletta Lovecraft e Dickens. Non ho più idee, mamma.
– Fattela venire, allora. Chiama il tuo amico camajan. Digli che ti pubblichi un libro, una raccolta di racconti, qualcosa. I soldi fanno comodo, Alejandro. Abbiamo la casa da restaurare…
Ora mi spiego la foga letteraria di mia madre. Non ha mai letto un libro in vita sua, al massimo Juventud Rebelde, le pagine dei fumetti, riviste tipo Palante e Bohemia, cose che non si trovano più. Figurati se legge quel che scrivo, e poi meglio così, ché con tutti i cazzi e i culi che ci metto dentro le prenderebbe male. Ma i soldi dei diritti le interessano, certo. Mai chiedersi da dove provengono. Basta che arrivino. E allora cara mamma, tu non lo sai, ma un modo ci sarebbe per fare un po’ di soldi senza fatica. Mi sa che non ti piace ma oggi come oggi rende bene fare il dissidente. Ricardo Alarcón deve essersi preso uno sturbo, ché da un anno a questa parte volano tutti in Europa e nordamerica, i cieli del mondo sono pieni zeppi di dissidenti cubani, le strade del nord brulicano di cubani coperti da enormi cappotti che parlano di politica, mangiano caldarroste e bevono vodka. E io che ho sempre avuto paura. Mi sa che sono proprio fesso. Pubblico libri in Italia, non mi faccio vedere, mia madre dice ti mettono in galera e buttano la chiave, mio padre aggiunge ragazzo fai attenzione. E io sto attento, tranquilli, ma qui non sta più attento nessuno, vanno in America i Porno Para Ricardo, persino Gorki, che a tempo perso manda affanculo Raúl Castro e dà del vecchio rimbambito a Fidel. Ma mica viaggiano e basta, mica affollano gli aeroporti per far dispetto al vecchio Alarcón, no, riscuotono pure un sacco di soldi, tra concerti, conferenze, lezioni universitarie e articoli sulla stampa di mezzo mondo. Scorreggia un dissidente? El País concede la prima pagina e una collaborazione da opinionista. Alejandro, fatti furbo, segui la tua strada. Altro che quattro spiccioli da un editore italiano per scrivere storie di froci e puttane, ché gli italiani quello leggono, pare. Dicono che la Sezione d’Interessi paghi bene, basta farsi coraggio, osare un pochino, aprire un blog, poi ci si mette in lista d’attesa. Magari trovo un agente letterario europeo, firmo qualche contratto, apro un conto in Svizzera o in Spagna, un posto vale l’altro, deposito i soldi e ogni tanto attingo per le piccole spese.
Non farò mai niente di tutto questo, lo so, ma è bello sognare…
– Mamma, ora come ora mi vengono solo poesie, – dico.
– Figlio mio, con la poesia non ha mai mangiato nessuno.
Ecco, mia madre non capisce un cazzo di letteratura, tra l’Indio Naborí e Lezama Lima preferisce il primo, pensa che Proust sia una malattia infettiva, una cosa tipo la proustite, nonostante tutto ha capito che con la poesia non si mangia. Mamma, si mangerebbe girando per il mondo a fare il santone, rischi zero, mica siamo il Kazakistan, non ci tocca nessuno. Mamma, voglio fare il dissidente, è il mestiere del futuro. Avrei tanta voglia di dirglielo, ma meglio di no, non reggerebbe il colpo. E poi mica ce la farei. Meglio inventarsi un’altra storia di puttane, guarda, come ha detto l’editore l’altro giorno, magari una trilogia, ché ora vanno di moda le trilogie. Quasi quasi scrivo La puttana dissidente, mi sa che diventa un best-seller, anche senza sfumature di grigio, ché qui le sfumature ci sono, e neanche poche, ma è meglio non dire di cosa...

Alejandro Torreguitart Ruiz

Traduzione di Gordiano Lupi

martedì 2 luglio 2013

Giovane svizzera investe poliziotto a Cuba. Inizia il suo incubo

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      Il presente post è purtroppo un'eventualità esistente nella legislazione cubana. Ogni persona colpevole e/o innocente che si trovasse di fronte ad un simile accaduto di gravità penale è obbligato a rimanere nell'isola a disposizione delle autorità per eventuale processo.       I tempi cubani sono i medesimi per la giustizia, quindi si può incorrere in   permanenza forzata anche per lungo periodo.

NIKI




 Zurighese bloccata da 128 giorni sull'isola: "Sono disperata, voglio tornare a casa"

ZURIGO- Vacanza non vuol dire per forza divertimento e relax. Almeno non per Sabrina (nome fittizio) che, a Cuba, ha visto la sua permanenza trasformarsi in un incubo. Questa giovane zurighese di 27 anni, infatti, è rimasta bloccata sull'isola per 128 giorni.
I fatti - Il 2 febbraio scorso la ragazza ha noleggiato, assieme ai suoi amici, un'auto per un giro per il Paese di tre settimane. Dopo soli cinque giorni di viaggio, però, Sabrina ha involontariamente fatto cadere un agente di polizia che stava guidando uno scooter. "Tutto è successo così in fretta. Non l'ho visto arrivare. Per fortuna non si è fatto male ", ha spiegato la ragazza sulle pagine del "Blick".
Dopo un controllo dei livelli dell'alcool nel sangue e un breve passaggio al primo posto di polizia, il gruppetto di ragazze ha potuto riprendere il loro viaggio. "Sono stata io a causare l'incidente. Questo è quello che ho detto agli agenti che hanno stilato il rapporto dell'incidente. Ho detto loro che mi dispiaceva", ha aggiunto Sabrina. Ma le scuse, evidentemente, non sono bastate. Finita la vacanza, giunte all'aeroporto de l'Avana, il 28 febbraio, pronte per tornare in Svizzera, le ragazze sono state fermate. "Un impiegato mi ha detto di aspettare", spiega la 27enne.
Poco dopo Sabrina scopre che l'agente investito aveva subito delle lesioni alla spina dorsale e aveva sporto denuncia contro di lei: "Ho cercato di pagargli 2.000 franchi a titolo di risarcimento, ma ha rifiutato!"
Da allora, la giovane di Dielsdorf (ZH) aspetta con ansia il suo processo: "Sono disperata e voglio tornare a casa. Presto finirò i soldi. La mia famiglia mi sostiene, ma comincia a diventare dura anche per loro".